Piccoli programmatori crescono

Nel programma #labuonascuola è stato avviato il progetto "Programma il Futuro" con l'obiettivo di formare gli studenti ai concetti di base dell'informatica

informatica a scuola
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Nel programma #labuonascuola è stato avviato il progetto “Programma il Futuro” (programmailfuturo.it) attraverso il quale il MIUR, in collaborazione con il CINI – Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica – si pone l’obiettivo di fornire alle scuole una serie di strumenti semplici, coinvolgenti e facilmente accessibili per formare gli studenti ai concetti di base dell’informatica. Per entrare in profondità in questo mondo, capire cosa vuol dire insegnare ai bambini l’informatica e perché è così indispensabile, abbiamo conversato con Erika Bressani, informatica volontaria che organizza corsi nelle scuole per insegnanti e bambini.

Come è iniziato il progetto?
Il corso di coding è iniziato 5 anni fa, ancora prima che il progetto della scuola digitale diventasse realtà, in una terza elementare della scuola pubblica di Lodi dove ho fatto il corso nella classe di mia figlia. Ho portato la classe fino alla fine della quinta e quindi, lo scorso anno, ho iniziato con i bambini di prima elementare quindi ora siamo al secondo anno.

informatica a scuolaI corsi di coding sono pratiche diffuse o Lodi è un caso speciale?
Oggi il piano piano nazionale scuola digitale obbliga le scuole a fare ore di coding durante l’anno e quindi ci sono tante scuole in tutta Italia che si stanno adoperando. A Lodi è iniziato come progetto privato spontaneo, nato dalla mia volontà. Adesso non è cambiato molto ma, dall’anno scorso, questo corso rientra nel Piano Nazionale Scuola Digitale. Ho formato in questi anni altri due genitori che potrebbero insegnare in altre classi e quindi stiamo cercando di trovare dei finanziamenti perché non c’è un finanziamento dietro il progetto, e non è pensabile che questo corso possa stare in piedi solo con il volontariato, come accade ora.

Questa fascia di età è una scelta o ti è stata assegnata?
Per me è stata una scelta. Si potrebbe fare qualche cosa anche alla scuola materna, ma il sistema scolastico non è ancora pronto per accogliere un’idea simile. Iniziare alle medie, invece, sarebbe tardissimo.

Negli anni ‘80 si imparava ad usare il Dos, oggi cos’è cambiato?
Negli anni ‘80 si imparava il Basic, ora i linguaggi sono altri. Non imparano per forza a scrivere in un linguaggio preciso, ma devono imparare la logica dietro la programmazione, l’architettura, in modo che poi possano imparare qualsiasi altro linguaggio di programmazione. Personalmente, la prima volta che incontro una classe, faccio vedere loro come è fatto un pc all’interno: mostro i chip, la scheda madre…

È un’esperienza che gli piace moltissimo ed è qualcosa che serve: se si chiede ad un adulto di indicare il pc, ti indica il monitor.

Cosa imparano oggi i bambini ad un corso di informatica?
L’idea è quella non di dare la skill da programmatore, ma avvicinarsi al pensiero computazionale: al di là dell’alfabetizzazione digitale, avere idea di come si usa la tecnologia e di formare quindi dei soggetti consapevoli, che si possano approcciare alle tecnologie con gli strumenti per affrontare con velocità il problem solving che gli si pone davanti.

Qualche esempio?
Fanno tanti esercizi di logica, soprattutto nei primi anni: il metodo per insegnare è porre un problema a cui loro devono dare una risposta. Quando sono più piccoli, ad esempio, hanno un personaggio che deve raggiungere un obiettivo, come completare un percorso; i bambini devono dare al loro personaggio delle istruzioni di codice per farlo muovere. Nel tempo si aggiungono ostacoli che diventano sempre più grandi e conseguentemente le istruzioni da impartire si fanno più complesse. Quest’anno, ad esempio, hanno affrontato i cosiddetti cicli while e i condizionali come gli if e when ovvero quei comandi che permettono al loro personaggio di far fare una cosa o un’altra a seconda che si verifichi o meno una determinata condizione.

lim code studioChe strumenti si usano?
C’è un progetto internazionale, chiamato L’ora del codice a cui il MIUR ha aderito. Il sito studio.cod.org permette loro di imparare a scrivere in Java Script attraverso un programma che gli dà la possibilità di scrivere il codice attraverso blocchi logici, trascinandoli e mettendoli in fila secondo le istruzioni. Quando l’hanno fatto, il programma gli fa vedere il codice reale scritto. Il sistema tiene conto di tutte righe di codice scritte: la classe che seguo ha prodotto 7.000 righe di codice tra l’anno scorso e le tre lezioni di quest’anno.


Perché, nella tua opinione, vale la pena insegnare le basi della programmazione così presto?

È come insegnare a leggere e scrivere a quest’età, è per scongiurare l’analfabetismo digitale. I benefici, tra l’altro, vanno oltre alla materia dell’informatica: studiando la logica che sta dietro la programmazione i bambini imparano ad affrontare un problema, a sapere che esistono più soluzioni per risolverlo, a saper scegliere la soluzione più efficace e efficiente sviluppando il pensiero computazionale. Nelle classi in cui facciamo il corso di coding i bambini dimostrano di acquisire delle abilità che poi migliorano il rendimento anche di altre materie scolastiche, e non solo matematica e geometria. Dimostrano in generale di essere più reattivi, di avere una capacità molto più sviluppata di problem solving e, non da meno, si abituano a trovare soluzioni lavorando in gruppo.

Cosa sono le cose più difficili e quali le più facili per i bambini da imparare?
È facile per loro prendere il mouse e saperlo usare, mentre 10 anni fa già questa cosa era differente. Sono anche facilmente entusiasmabili dalla tecnologia. La cosa più difficile è staccarli dalla dimensione del gioco e far capire loro che dietro c’è qualcos’altro.

Per te, quale aspetto di questo insegnamento è più difficile e quale ti dà più soddisfazione?
Svolgo questo compito volontariamente, non sono pagata, e insegno il venerdì pomeriggio arrivando in classi dove, alla fine della giornata e dopo una settimana di scuola, i bambini sono molto stanchi. È faticoso. Loro però danno tantissima soddisfazione perché provano a giocare con il codice anche a casa, mi mandano email con quello che hanno prodotto; a volte mi fermano per strada quando mi vedono e mi raccontano cosa hanno fatto. Mi hanno anche riferito che durante l’intervallo a volte chiedono di attivare la LIM in modo che possano usare i programmi che poi usiamo insieme.

Erika Bressani

Classe 1975, è titolare di una società che si occupa di informatica e web dal 1998, è programmatrice di mestiere, si occupa di social media e, dal 2000, tiene corsi di informatica e web per professionisti. Dal 2005, invece, organizza corsi nelle scuole per insegnanti e bambini.

Giulia Cattoni

Lavoro dal 2013 nell'ambito della comunicazione e del marketing. Mi sono appassionata e specializzata sui temi riguardanti il territorio, l'innovazione e l'educazione diventando professionista dell'uso del linguaggio e della creazione, gestione e organizzazione dei contenuti. Mi sono laureata in Comunicazione con una tesi sull'uso della lingua per l'infanzia, ho frequentato corsi sulla didattica emozionale e sulla robotica educativa. Trasversalmente, ho carpito la sensibilità dalla mamma insegnante e l’ho fatta mia lavorando con entusiasmo per sette anni come istruttrice di pallavolo nel settore giovanile comasco. Lavoro con orgoglio per Education Marketing Italia dal 2016 come autrice del blog e dal 2020 sono entrata a far del team che offre servizi e consulenza strategica per le scuole.

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